Mentre correvo ebbi la sensazione che fosse il momento migliore della mia vita.
Non provavo dolore, solo una gran coordinazione di movimenti e volontà.
Il mondo sembrava fermo, immobile, come se non esistesse.
Sentivo la pista che scorreva sotto i miei piedi.
Ero completamente distaccato da tutto.
Bannister, R. (mezzofondista)
La prestazione di un atleta può definirsi ottimale quando l’esecuzione avviene automaticamente, quando l’atleta è totalmente concentrato ed indirizzato verso lo specifico obiettivo, quando percepisce di avere molta energia e tutto appare sotto controllo. La migliore prestazione che un atleta ricorda di aver fatto, si associa quasi sempre ad uno stato di flow che, come insegna Csikszentmihalyi è “…uno stato di estasi (che in greco significa -essere al lato, essere fuori-)… come un salto in una realtà alternativa… un’esperienza talmente intensa che sembra quasi di non esistere…processo spontaneo che può essere compiuto solo da qualcuno di ben allenato con una tecnica ben sviluppata “. Il flow è lo stato in cui le persone, in contesto di massima sfida e massima competenza, stanno facendo ciò che amano fare e sono così immerse nelle loro azioni che tutto il resto sembra non avere importanza. L’esperienza in sé è talmente piacevole da indurre le persone a ripeterla anche a costo di grandi sacrifici. Secondo la teoria del flow o teoria del flusso di coscienza, l’esperienza diventa parte integrante del nostro essere, il tempo appare come sospeso e trasformato, tanto da perdere, in qualche modo, il contatto con la realtà e con i pensieri che spesso impediscono alle azioni di essere armoniose.
Nella vita di ogni atleta, almeno una volta è capitato di “essere nel flow”, e valutare la propria performance come ottimale: questo perché nonostante il fisico stia compiendo un grande sforzo fisico, non viene percepita la fatica. La fatica è la stanchezza che risulta da carichi fisici e mentali e si manifesta, spesso, come fallimento nel mantenimento di forza ed energia che ci si aspetta di avere.
Molti atleti hanno difficoltà nel mantenere alti livelli di attenzione, o gestire emozioni ed energie in campo, faticano a mantenere la concentrazione o recuperarla dopo un errore o momento difficile. Tutte queste competenze devono essere allenate tanto quanto il fisico. Prima di ottenere buoni risultati sul campo, è importante per l’atleta raggiungere uno stato di benessere in senso ampio, fisico, psicologico e sociale. L’atleta, infatti, oltre ad “abitare” il proprio corpo, vive in un ambiente più complesso, fatto di pensieri e di persone che lo circondano, sia legate allo sport (ambiente organizzativo) sia legate affettivamente (ad esempio la famiglia e gli amici). Lo stato di equilibrio dell’intero sistema di cui l’atleta fa parte, può permettergli di affrontare le sfide al meglio. Le emozioni rivestono un ruolo chiave nella prestazione anche se diversi atleti affrontano la medesima emozione in modo diverso, svolgendo un’azione inibente o, viceversa, facilitante rispetto alla prestazione in gara.
Questo è il caso dell’ansia: questo stato di aumentata vigilanza è dato dall’anticipazione (mentale) di un evento potenzialmente pericoloso. In base al livello di attivazione emotiva (arousal), l’ansia può essere funzionale, preparando la persona a rispondere all’evento (es. se fossi un portiere e stessero per farmi gol, l’ansia mi permette di prepararmi a parare). L’ansia però, se presente eccessivamente, può essere disfunzionale: un esempio è l’ansia da prestazione che rischia di impedire ogni azione, “bloccando” l’atleta. Ma chi lo dice se il livello di ansia è funzionale o impedente?
Il Modello teorico delle Zone Individuali di Funzionamento Ottimale (Individual Zones of Optimal Functioning; IZOF) proposto da Hanin (1995) risponde a questa domanda: ogni atleta possiede la propria zona ideale di ansia in cui riesce a realizzare prestazioni ottimali. Ogni atleta, quindi, può ricercare e conoscere il proprio funzionamento, individuale, a seconda della disciplina praticata, del tipo di gara da affrontare o delle emozioni che prova, anche in risposta al contesto in cui è inserito. Attraverso un’analisi specifica effettuata insieme all’atleta, è possibile identificare la zona ovvero l’area di valori entro i quali la prestazione è buona/ottimale e fuori dai quali, invece, decade. Ogni atleta, pertanto, esprime un livello di attivazione emotiva ottimale che risulta funzionale al raggiungimento della prestazione più elevata.
Negli anni il modello IZOF di Hanin è stato esteso alla valutazione di emozioni diverse, non solo l’ansia, che fungono da facilitatori o inibitori della prestazione. Inoltre Bortoli L, Bertollo M, Hanin Y, Robazza C. nel 2012 hanno integrato il modello IZOF in un più ampio e completo modello focalizzato non solo sull’emozione ma sull’azione: il M.A.P. (Multi Action Plan). Questo modello, in affiancamento ad un profilo di prestazione (1), permette all’atleta, insieme al preparatore mentale, di trovare strategie per affrontare meglio una gara: anche nel caso in cui l’atleta si trovasse “in tilt” nel corso di una prestazione, lavorare sulle emozioni e sulle azioni gli permetterà di passare da un livello di funzionamento sotto-ottimale, ad un livello ottimale e, chissà, magari anche di raggiungere l’imprevedibile flow.
(1) L’elaborazione di un profilo di prestazione (Butler & Hardy, 1992) risulta utile per individuare i punti di forza e debolezza dell’atleta su più fronti (tecnico, tattico, fisico e mentale) e per mettere a fuoco gli obiettivi che vuole raggiungere.
