Alla fine delle scuole medie, dopo aver fatto diversi test di orientamento scolastico, mi dissero che ero portata per le discipline matematiche e che avrei dovuto scegliere un istituto tecnico. Nonostante tutti mi dicessero che ero “brava ad ascoltare”, in quel caso non ascoltai l’orientatrice ma me stessa. Provai ad andare alla presentazione di diversi istituti e fui totalmente attratta dal liceo delle scienze sociali, indirizzo musica e spettacolo. Nonostante fossi portata per numeri e schemi, ero amante delle discipline espressive e delle relazioni umane: così parlò la mia “pancia” e così scelsi il mio futuro. Un futuro di certo non semplice, ma con prospettive compatibili con la mia persona. Cinque anni di crescita personale importantissimi, l’adolescenza e gli amici, i viaggi in treno, le litigate coi genitori, i primi viaggi fuori dall’Italia, l’amministrazione autonoma della paghetta ed, infine, la patente e i primi lavori estivi. Le scuole superiori sono una palestra che educano alla vita. Proprio in quei cinque anni conobbi alcuni psicologi che osservavo affascinata: mettevano in pratica con noi studenti alcune tecniche delle quali, solo negli anni a venire, compresi l’importanza.
Durante quei 5 anni vidi le realtà nelle quali avrei potuto lavorare: centri di riabilitazione cognitiva per disabilità acquisite, scuole dell’infanzia, centri diurni e la mia stessa scuola che permetteva l’accesso a professionisti psicologi. A 16 anni feci la mia prima tesina di scienze intitolata “mente e corpo”, dove parlavo dei correlati neurobiologici della mente. La tesi finale dei 5 anni riguardava le emozioni tra l’idea di infinito ed il limite.
Poi la scelta incongruente. A 18 anni parlando con mamma e papà emersero i primi seri dubbi e ragionamenti sul mio futuro professionale. Pensavo “farò l’università… si… ma quale?!” – “Se voglio lavorare devo scegliere qualcosa che non fa nessuno!”
IDEA!!!! “LINGUE, MERCATI E CULTURE DELL’ASIA – Studierò giapponese e viaggerò tantissimo. Poi imparerò l’economia aziendale, tanto alle medie dicevano che ero brava in matematica e i voti del liceo erano più che buoni”
Tutti d’accordo, mamma, papà, amici. Percorso intrigante e potenziale lavorativo alto. Nello schema mentale tutto fila. Ma la pancia non era d’accordo. Nove mesi a fare la pendolare, studiare anche quando avrei voluto dormire, dare esami che, si, erano utili, ma non accendevano la mia passione. Vedevo i miei compagni di corso che parlavano degli esami da preparare come se fossero già parte integrante della loro vita mentre io non capivo proprio cosa stavo a farci lì in mezzo.
CRISI! “Come faccio a dire ai miei che non voglio più studiare e che ho fatto buttare loro dei soldi? La soluzione è andare a lavorare, così ripago tutti dei sacrifici che hanno fatto per me.”
E così è stato, ho fatto la rinuncia agli studi nonostante gli esami dati, e sono andata a lavorare come cameriera per tutto il periodo estivo, da marzo a settembre.
Ma la mia famiglia era convinta che potessi laurearmi ed io di rinunciare subito non ne avevo voglia: studiare mi piace… se le materie mi emozionano mi piace ancor di più.
“Fai ciò che ti piace di più e fallo al meglio, nonostante le difficoltà”
Fu con questo pensiero che iniziò il percorso più bello della mia “vita adulta” e divenni ufficialmente “Psicologa”.
