“Non muovere mai l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché queste due parti, difendendosi l’una con l’altra, possano mantenere il loro equilibrio e permettano la tua salute” (Platone)
L’interesse che nutro per le relazioni tra le menti e i corpi risale alla mia infanzia.
Da bambina amavo ballare, muovermi a ritmo di musica, giocare con le potenzialità motorie del mio corpo. Nel ballo mi sentivo viva, in un mondo interiore nel quale ero parte integrante ed indispensabile. In quel mondo fatto di attenzione, concentrazione, gioco e audacia, io ero libera di esprimere me stessa.
Freud nel 1922 scrisse:
“l’Io è, innanzitutto, un Io corporeo“
Ed è proprio così, se ci pensi: sin dalla nascita ogni cosa che hai potuto apprendere è passato dal tuo corpo per svilupparsi nella tua mente, nel tuo pensiero.
Per citare Jean Piaget, psicologo svizzero del Novecento, parleremmo di assimilazione e accomodamento riferendoci ai processi che ogni organismo mette in atto per adattarsi all’ambiente. Ed è l’ambiente che può fare la differenza, o, meglio, il contesto in senso ampio, fatto di cose e persone che accompagnano il bambino nello sviluppo: i corpi e le menti che con quel bambino sono entrati in relazione.
Ho imparato molto nel contesto palestra: per ballare a tempo di musica e a tempo con le altre bimbe del gruppo era necessario “assimilare” i nuovi gesti motori ed “accomodare” i miei movimenti per renderli simili e sincroni a quelli delle altre bimbe: “la società ha inizio a partire da 2 individui, quando il rapporto tra questi individui modifica il loro comportamento” (J. Piaget).
Ero inserita in un contesto fatto di passione e libertà espressiva, da un lato, ma anche educativo, pertanto fatto di regole e relazioni, linguaggi condivisi e supporto. Era evidente quanto il mondo interiore di ognuna di noi bambine andasse, passo a passo, a sintonizzarsi col mondo altrui, alla ricerca di un ritmo comune.
Ricordo un pomeriggio piovoso di allenamento, avevo probabilmente 8 anni, dopo la scuola si andava direttamente nella vecchia palestra del paese. Essendo inverno, fuori era ormai buio. L’istruttrice, Eleonora, ci salutò e disse: “oggi ballate liberamente”. Mise su un po’ di musica, spense le luci e ci lasciò a noi. Io chiusi gli occhi e iniziai a fluttuare nello spazio, ascoltavo la musica, il ticchettio della pioggia e sentivo i passi delle scarpette delle mie compagne, andavo sufficientemente lenta per non scontrarmi con nessuna, per non invadere il loro spazio, ma se ci si imbatteva l’una nell’altra si cominciava a ballare insieme. Aprivo di tanto in tanto gli occhi, vedevo alcune ombre senza riconoscere i volti, alcune bambine ballavano libere come me, altre si muovevano con cautela, altre erano ferme o sedute. Ognuna seguiva sé stessa, tutte diverse ma parte integrante dello stesso gruppo.
“Impariamo di più quando dobbiamo inventare” (J. Piaget)
Attraverso questo tipo di relazioni vi è educazione: relazioni dove i piccoli osservano sé stessi e gli altri, dove c’è tempo e spazio di movimento fisico e mentale, dove il margine di libertà espressiva acquisisce un confine psicofisico fatto di rispetto per la libertà e i confini propri ed altrui.
“La mente poggia sul corpo ed è questo corpo che orienta la mente“
(Stella, 1999)
