Cuore caldo, mente fredda
Qualche giorno fa parlavo col mio compagno rispetto all’importanza della musica di emozionare chi l’ascolta. Durante il nostro confronto, è emerso che il musicista, quando suona, non deve “lasciarsi prendere dall’emotività” altrimenti sbaglia. L’unico modo per far emozionare il pubblico è essere un musicista tecnicamente pronto e molto preparato.
Che dire, per me le emozioni sono “il pane quotidiano”, quella “cosa in più” che ti permette di sentire profondamente la vita. Come posso pensare che ciò che mi emoziona, in realtà, non viene trasmesso da qualcuno che, in prima persona, è emozionato?
Poi ci ho pensato bene: se parlo di tristezza mentre piango, probabilmente le mie parole non saranno molto chiare, così come se parlo di felicità mentre rido.
Vi immaginate se, davanti ad un orso inferocito e gigantesco, cominciate a parlare della vostra emozione? Non sembra molto intelligente come soluzione, non pensate?
Però per trovare le parole giuste o, nel caso della musica, le note giuste, bisogna conoscerla bene quell’emozione, bisogna averla vissuta profondamente, ma bisogna anche averci “parlato” a sufficienza, a posteriori, per poter parlare o suonare di lei.
Il linguaggio scelto per trasmettere un’emozione non è l’emozione stessa, ma è il risultato di un dialogo interiore che permette prima di tutto di far prendere a quell’emozione una forma.
Per poter fare ciò, però, è necessario possedere un linguaggio ovvero essere stati educati a narrare le emozioni. Per “linguaggio” non intendo solo ed esclusivamente le parole in senso stretto, ma una serie di azioni che rispondono e risuonano alle esigenze personali di espressione: la scrittura, la musica, l’arte, lo sport sono solo alcuni esempi.
Quando un’emozione trova accoglienza e la persona le dona una forma, allora può risuonare anche in altre persone che quell’emozione l’hanno vissuta. E, tanto più ci si allena ad esprimerla, quanto più sarà semplice, per gli altri, coglierla.
