Emozione è una parola che, etimologicamente, deriva dal latino “emovère” ovvero portare fuori, smuovere, scuotere, agitare.
In psicologia, Young nel 1943 propose la definizione di emozione come “episodio di disorganizzazione del normale funzionamento integrato di un individuo”, ovvero interruzione di un normale funzionamento, che, in assenza dell’emozione, sarebbe un flusso coordinato di azioni finalizzate a qualcosa di specifico.
Probabilmente questa definizione risultava un po’ semplicistica e la visione delle emozioni risultava un po’ negativa e pessimista.
Immaginate di essere robotici: fare ogni cosa come somma di azioni coordinate al raggiungimento di uno scopo.
Ad esempio uscire di casa per andare a prendere un gelato sarebbe solo la somma di “apro la porta+ esco di casa+ chiudo la porta+ cammino verso la gelateria+ compro il gelato+ pago+ esco+ mangio il gelato”; se a tutto questo si aggiungesse la gioia di andare in gelateria per incontrare qualcuno o semplicemente la felicità di poter soddisfare un proprio desiderio, ci sarebbe, per definizione, una “disorganizzazione del normale funzionamento integrato dell’individuo”.
Questa definizione di emozione fu messa in discussione negli anni ’80 quando, in psicologia, si cominciò ad adottare un approccio più funzionale dell’emozione: in tal senso l’emozione cominciò ad assumere un ruolo di mediatore nella relazione tra l’organismo e l’ambiente fisico e sociale.
Lo scopo dell’emozione, in questo senso, è MANTENERE IL BENESSERE DELL’ORGANISMO (Scherer, 1984).
Se pensiamo all’esempio precedente, facilmente è intuibile lo scopo della gioia che si può provare andando a prendere un gelato (soddisfazione di un desiderio personale o di un bisogno sociale, come incontrarsi in gelateria con un amico).
Ma la tristezza per aver perso qualcuno di importante come potrebbe essere funzionale al mantenimento del mio benessere?
E la paura per essere appena stato tamponato in macchina come potrebbe essere funzionale al mantenimento del mio benessere?
In questi casi bisogna ricordare che mente e corpo sono parte dello stesso organismo, ovvero NOI SIAMO MENTE E CORPO, elementi inseparabili! Provate voi a far partire una bellissima auto senza che essa abbia un motore…!
Oltre a mente e corpo, esiste un ambiente in cui siamo inseriti, una società, altro elemento da tenere bene in considerazione.
Ebbene provare emozioni è indispensabile per:
1) valutare gli stimoli interni ed esterni in relazione agli eventi rilevanti per l’organismo: difficilmente si prova paura per un leggero tamponamento avvenuto a 10 km da noi a persone sconosciute, la paura si prova quando capita a noi o vicino (in termini fisici e personali) a noi, ovvero quando lo stimolo è rilevante.
2) regolare lo stato di attivazione del corpo, ovvero coordinare le risposte delle varie parti del sistema: difficilmente se passo paura mi addormento, questo perché il nostro corpo immediatamente si attiva per cercare di rispondere in modo adeguato all’evento-stimolo.
3) preparare all’azione e collegare ciò che sta succedendo ad una risposta comportamentale adeguata: se perdo un mio caro e mi sento triste, il mio corpo mi metterà in condizione di agire di conseguenza, che può essere piangere o cercare la vicinanza di qualcuno o allontanarmi per un po’ da una condizione intollerabile.
4) modellare il nostro comportamento futuro, ad esempio la paura provata oggi può essere utile per prestare maggiore attenzione, in condizioni simili, un domani; le emozioni piacevoli serviranno nel futuro per riprodurre il comportamento che ha portato, ad esempio, a provare gioia.
5) interagire al meglio con gli altri: comunicare le emozioni (non necessariamente a parole) è un segnale per chi ci sta ascoltando e permette a chi ho di fronte di comprendere meglio ciò che sto provando. Se riesco ad instaurare un tipo di comunicazione assertiva, la qualità delle relazioni sociali potrà beneficiarne.

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